lunedì, luglio 26, 2004
IL MARESCIALLO
23 Luglio, trentaquattro gradi alle undici di mattina, devo fare un salto in tribunale.
Arrivo nel parcheggio proprio quando l’aria condizionata inizia ad emanare i primi sbuffi d’aria fresca, spengo la macchina con leggero rammarico, scendo e inizio la traversata del piazzale deserto: sessanta metri di bagliore accecante mi separano dal recente edificio di ferro verde e granito grigio-rosa. Cammino quasi godendomi la sensazione del calore che passa dal marmo rovente alle suole delle mie scarpe leggere e intanto mi preparo al tuffo nel grande portone ombreggiato, dove arrivo dopo una quindicina di secondi durante i quali ripasso mentalmente il paio di cosette che devo fare. Intanto penso che l’estate resta comunque la mia stagione preferita. Fra quattro giorni è il mio compleanno, bisognerà organizzare qualcosa, speriamo che il tempo regga.
Alla mia sinistra noto la traiettoria, convergente alla mia, della divisa nera di un carabiniere: siamo in rotta di collisione e, inevitabilmente, entriamo insieme nell’atrio. Giro a destra, mi tolgo gli occhiali da sole e mentre gli occhi si abituano alla semioscurità mi dirigo verso gli ascensori, dove arrivo tallonato dal carabiniere, che si tiene a educata distanza.
In attesa dell’ascensore allungo una sbirciata al milite, che decido essere un attempato signore brevilineo. Mostra una sorta di dignitosa cordialità nella sua divisa estiva, che un recente oculato restyling ha epurato della caratteristica banda rossa laterale. L’ultima occhiata è diretta alle spalline, su cui fanno mostra tre binari su sfondo rosso: se le mie reminiscenze di ex ufficiale non mi ingannano si tratta di un maresciallo maggiore aiutante, ovvero del più alto grado dei sottufficiali dell’Arma.
L’ascensore si fa aspettare qualche secondo, poi l’asettico ronzio delle porte scorrevoli. Entriamo, ci chiediamo i piani, io quinto, lui sesto, partiamo.
Fa caldo; la sensazione di fresco acquisita per contrasto all’ingresso del palazzo di giustizia è svanita rapidamente e al primo piano stiamo già soffrendo entrambi ma lui, all’interno della divisa, se la deve passare ben peggio di me.
All’interno dell’ascensore, nel palazzo semideserto, sembriamo due sopravvissuti in una capsula di sopravvivenza; a un certo punto qualcosa mi spinge a rompere il silenzio con la più banale delle considerazioni sul caldo.
Lui sembra valutare me e ciò che sta per dire, poi sospira e incredibilmente esordisce “Vede, io ho un problema di traspirazione. D’estate sudo continuamente e sono allergico ai deodoranti. Quando provo a mettermene uno mi si irritano le ascelle. Arrossamenti, bolle, eritemi, insomma un vero guaio..”
A questo punto penso al mio Breeze 206 (quello verde) e ai problemucci che a mia volta avevo avuto con altri deodoranti. Il fenomeno, ben noto agli esperti di marketing, si chiama fidelizzazione e consiste nell’identificazione di un prodotto commerciale come quello più adatto a soddisfare una nostra specifica esigenza. In realtà sappiamo benissimo che continuando a cercare potremmo trovarne altri più adatti a noi, oppure con miglior rapporto qualità-prezzo, ma le successive ricerche manterrebbero aperto il problema della scelta, mentre noi abbiamo bisogno di immagazzinare certezze, perché non c’è tempo da perdere e ogni giorno di queste piccole scelte ne dobbiamo fare a decine. Inoltre, facciamo anche del proselitismo, dimenticandoci che l’opzione originaria era perlopiù dovuta a pigrizia, fretta o ignoranza, o forse proprio per questo.
Insomma io, naturalmente riservato e schivo al limite (e a volte anche oltre il limite) della scontrosità, fra il terzo e il quarto piano del palazzo di giustizia sto per suggerire a uno sconosciuto maresciallo maggiore dei carabinieri se ha mai provato il Breeze 206 quando lui mi salva aggiungendo con espressione sconsolata “..e guardi, li ho provati veramente tutti. Pensi che ormai mi sono rassegnato a mettermi il deodorante sulla camicia.”
La frase ha due effetti:
1. Io mi ravvedo all’istante e ingoiando in silenzio il mio spot pubblicitario reindosso la mia consueta espressione di circostanza vagamente imbarazzata;
2. Lui coglie la mia reazione e, dopo un momento, si irrigidisce impercettibilmente nell’uniforme. Quindi, aggiustandosi il cappello, distoglie lo sguardo.
Nel frattempo siamo arrivati al quinto. Io scendo, lo saluto: lui mi risponde cortese e un po’ distratto; prima che le porte dell’ascensore si richiudano faccio ancora in tempo a vedere la sua mente ritornare tristemente al suo problema.
sabato, luglio 03, 2004
Sabato pomeriggio, ore 16,44.
Solo in ufficio a lavorare come un imbecille.
Forse sono un imbecille.
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